Conflitto siriano

Per mantenere vivo l’interesse verso le tematiche che abbiamo affrontato, abbiamo pensato di creare un luogo (in senso figurato visto che è in rete) dove poter esprimere i propri pensieri e dove chi è interessato possa condividere letture e opinioni. 

Per cominiciare pubblichiamo lavoro di Cristiano (grazieeeee) che ci ha permesso di fare l’introduzione sulla situazione siriana all’inicontro “l’impegno si MSF in Siria”.

 

IL CONFLITTO IN SIRIA

Siamo nella primavera del 2011, quella che oggi chiamiamo primavera araba: dopo Tunisia, Egitto e Libia tocca anche alla Siria essere teatro di manifestazioni contro il regime. Così sull’onda degli eventi che stanno succedendo nel mondo arabo la popolazione siriana organizza le prime manifestazioni contro il regime a febbraio. Inizialmente il presidente Assad non reprime le rivolte e riapre i social network, che erano chiusi da 5 anni, e che tanto hanno contribuito alla rivoluzione degli altri stati arabi. Questa mossa però è probabilmente solo un modo per controllare meglio l’opposizione al regime. Il 18 marzo 2011 infatti a Daraa, città della Siria meridionale, nascono le prime grosse manifestazioni che vengono represse con forza dai militari che sparano sulla folla causando i primi morti. I giorni successivi nascono altre rivolte in varie città minori siriane, come Latakia, a nord ovest di damasco dove il 30 marzo le forze di polizia uccidono 25 persone. Assad annuncia nuove riforme per la lotta alla corruzione e un aumento degli stipendi ma allo stesso tempo ordina sempre più spesso di usare la forza.

Ad aprile gli scontri tra forze di sicurezza e manifestanti causano morti sempre a Daraa, ma anche ad Homs e nei sobborghi di Damasco, e purtroppo la cadenza dei morti si fa quasi giornaliera. A fine aprile la polizia utilizza carri armati e armi pesanti e il bilancio delle vittime sale a più di 500.

A maggio, per la prima volta i ribelli, armati, prendono il controllo di una parte del territorio siriano in una città presso il confine con la Turchia, uccidendo più di 100 soldati governativi. Prima della fine del mese il regime riconquista i territori persi. Inizia così l’esodo di migliaia di profughi siriani verso il confine turco, al di là del quale vengono organizzati campi profughi. In Turchia si forma l’Esl: Esercito siriano libero. L’Esl inizia ad organizzarsi e accoglie anche disertori dell’esercito governativo. Le manifestazioni della primavera araba prendono così i connotati di una vera e propria guerra civile che vede molti scontri in diverse città della Siria, ma la capitale Damasco e la seconda città, Aleppo non sono ancora teatro di scontri.

 A dicembre esplodono proteste ad Aleppo e nei quartieri attorno a Damasco, le truppe governative catturano dei presunti terroristi e lasciano posti di blocco. La Lega Araba sospende la Siria per la risposta del governo alla crisi e invia, nel dicembre 2011 una missione di osservatori, come proposta di una risoluzione pacifica della crisi.

Da febbraio del 2012, a un anno dallo scoppio della guerra, viene approvata una nuova costituzione ma allo stesso tempo il regime intensifica la repressione e bombarda quartieri della città di Homs,il presidente Assad è convinto di poter soffocare la rivolta nel sangue, come d’altronde è già successo in altri paesi arabi in passato, e anche nella stessa Siria negli anni ’80, dove ad Hama (a nord di Homs) il padre di Bashar al Assad soffoca nel sangue la rivolta dei Fratelli Mussulmani.

Il 4 febbraio la Russia e la Cina mettono il veto alla risoluzione Onu che chiede a Bashar al Assad di cedere potere a un suo vice in attesa dell’esito dei negoziati per la riconciliazione nazionale

Gli Stati Uniti chiudono l’ambasciata a Damasco e alcuni paesi europei, tra cui L’Italia richiamano i propri ambasciatori. La comunità internazionale attua alcune sanzioni economiche contro il regime, e continuano gli sforzi diplomatici per una condanna del regime di Assad da parte dell’Onu.

Dall’inizio della rivolta il copione è sempre più spesso questo: le forze governative attaccano i villaggi o i quartieri dove l’opposizione sembra prendere il potere e lo riconquistano con le armi.

Assad nonostante le sanzioni economiche non sembra essere sul punto di mollare. Infatti la capitale Damasco rimane ancora abbastanza libera dagli scontri e molti siriani continuano ad appoggiarlo. Il governo è appoggiato anche da alcune milizie paramilitari, gli shabiha, composte soprattutto da alawiti che spesso si confondono, in abiti borghesi, con la folla durante le manifestazioni e la attaccano.

In particolare il 25 maggio 2012, 108 persone, di cui 49 bambini, sono stati uccisi in due villaggi, controllati dai ribelli, nella regione di Houla (insieme di insediamenti a maggioranza sunnita, a nord di Homs).la maggioranza delle vittime è stata assassinata, anche con colpi a distanza ravvicinata e gli shabiha sono stati i più probabili esecutori. 

I 15 Stati membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU hanno espresso condanna unanime alla strage. Per la prima volta dall’inizio della rivoluzione Russia e Cina, da sempre alleate del regime dittatoriale di Assad, hanno espresso un voto allineato a quello degli altri Paesi.

Nel mese di ottobre di quest’anno si sono verificati scontri tra le forze armate turche e quelle siriane al confine tra i due paesi. Su iniziativa turca è stato inoltre convocato un consiglio atlantico in merito all’aggressione di cui la Turchia si dice vittima e verso la quale gli Stati Uniti manifestavano appoggio incondizionato in caso di escalation di tipo militare, la Russia al contrario esprimeva il proprio appoggio al governo di Damasco.

Ad oggi in Siria, secondo Le Monde, si possono individuare varie zone:

zone controllate dal regime; zone in cui avvengono costantemente scontri; zone controllate dall’opposizione e bombardate dal regime; zone controllate da milizie curde e le zone di confine con Libano e Turchia dove la tensione è alta.

Sono state segnalate violazioni dei diritti umani sia da parte del governo che da parte dei ribelli.

LE RAGIONI DELLA GUERRA

Il regime siriano è, per vari aspetti simile a quelli caduti negli altri stati arabi: Dal 1970 il potere è nelle mani di un ristretto numero di persone: gli Assad, che fanno parte del partito Baath (partito arabo socialista): partito non confessionale, per questo fino ad oggi in qualche modo appoggiato dalle forze occidentali in quanto opposto al fondamentalismo islamico.

Per capire come si è arrivati al conflitto di oggi dobbiamo fare un piccolo escursus sulla composizione etnica della Siria: Gli Assad fanno parte degli alawiti, che sono un gruppo che origina dagli sciiti: i quali costituiscono il principale ramo minoritario dell’islam. Circa il 90% dell’intero mondo islamico invece è sunnita. In Siria circa il 70% della popolazione è sunnita,il 20% è alawita, sciita o di altre minoranze dell’islam, mentre il 10% è cristiano. A questo c’è da aggiungere che il nord-est della siria è abitato da curdi, etnia che da molto tempo richiede uno stato indipendente: il kurdistan, che dovrebbe comprendere anche territori turchi, iracheni e iraniani.

Così quello che all’inizio erano delle manifestazioni per chiedere più libertà si stanno trasformando in uno scontro etnico le cui principali vittime sono gli islamici sunniti, che sono la fetta più grande della popolazione siriana. Le altre minoranze siriane: cristiani sciiti e drusi per timore di un rafforzamento dell’estremismo sunnita rimangono spesso fedeli al regime, infatti negli ultimi anni i sunniti siriani sono diventati più conservatori e le altre etnie temono che una volta al potere possano mantenere uno stato antidemocratico.Anche i curdi, che compongono il 15% della popolazione, spesso repressi dal regime perché richiedenti l’autonomia si mantengono spesso distanti dalle proteste.

Così il conflitto siriano è oggi una guerra frammentata, con vari interessi in gioco, dalla quale è difficile scorgere una via di uscita. Sono infatti frammentate le forze che si scontrano in Siria ma è anche frammentata la comunità internazionale che vede la maggior parte dei paesi appoggiare i ribelli, ma vede anche superpotenze come la Cina, la Russia e l’Iran rimanere vicini al regime. Così anche la diplomazia sembra lontana dal trovare una soluzione alla crisi.

IL RUOLO DELLA COMUNITA’ INTERNAZIONALE

Nonostante i masssacri compiuti dal regime di Damasco la comunità internazionale ha deciso di non inviare armi né di sostenere militarmente i ribelli siriani. Infatti militarmente L’ESL risulta formato da milizie che agiscono in modo indipendente tra loro, il loro comandante si trova in Turchia, dalla quale non riesce a governare l’azione.

Dal punto di vista politico gli oppositori al regime si sono raggruppati in vari gruppi attivi fuori dalla Siria: il CNS: Consiglio nazionale siriano che ad aprile 2012 è stato designato dai paesi amici della Siria (varie nazioni tranne Russia e Cina) come legittimo rappresentante dell’opposizione al regime. Però l’opposizione rimane frammentata.

A febbraio Kofi Annan è inviato speciale in Siria per conto delle Nazioni Unite e della Lega Araba, e viene istutuita una missione di pace Onu. Ad Agosto però Kofi Annan si dimette perché il suo piano di pace per la Siria è fallito, e anche la missione Onu si ritira.

Il 15 luglio 2012 il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha definito la crisi siriana un “conflitto armato non internazionale”, applicando così una legge umanitaria internazionale, sotto le Convenzioni di Ginevra.[

MSF IN SIRIA

13/11/2012

MSF sta fornendo cure d’emergenza e interventi chirurgici per i feriti, insieme all’assistenza medica per gli sfollati e per i rifugiati che sono fuggiti nei Paesi vicini.

In Siria, le équipe di MSF si stanno impegnando per soddisfare i bisogni delle persone intrappolate nel conflitto, ma le restrizioni e la situazione di insicurezza impediscono di estendere le attività e di ottenere una visione d’insieme dei bisogni medico-umanitari in tutte le regioni colpite interessate.

La cura dei feriti in Siria

Negli ultimi quattro mesi, MSF è riuscita ad aprire quattro ospedali nel Nord della Siria, in aree controllate da gruppi armati dell’opposizione. In questi ospedali, le équipe di MSF stanno fornendo cure mediche d’urgenza, compresa la chirurgia.

Dalla fine di giugno 2012, le nostre équipe hanno trattato più di 2.500 pazienti ed effettuato circa 550 interventi chirurgici. Molti di questi erano dovuti alle violenze, come ferite da arma da fuoco, schegge, fratture esposte e ferite causate da esplosioni. Tra i pazienti ci sono donne e bambini, ma anche combattenti provenienti da diversi gruppi dell’opposizione e dall’esercito governativo. Con l’evolversi del conflitto, le attività degli ospedali sono oscillate in base alle capacità delle persone di accedere alle strutture sanitarie.

Gli scontri hanno anche portato le persone che vivevano nelle zone del conflitto ad abbandonare le proprie case. In una delle città siriane in cui opera MSF, la popolazione è passata da 6.000 a 30.000 persone nel giro di pochi mesi. Molte famiglie sfollate stanno trovando riparo nelle scuole. Le équipe di MSF stanno fornendo loro acqua potabile e programmando la distribuzione di materiali di soccorso.

In risposta all’aumento dei bisogno medici in Siria e alla mancanza di rifornimenti sanitari, MSF ha donato tonnellate di materiale medico e di generi di primo soccorso agli ospedali da campo e alle cliniche nei governatorati di Homs, Idlib, Hama e Deraa e alla Croce Rossa Siriana a Damasco.

Giordania: curare le vittime di violenza provenienti dalla Siria

MSF sta anche curando le vittime di violenza provenienti dalla Siria nel proprio programma chirurgico di Amman, in Giordania, aperto nel 2006 per soccorrere le vittime della guerra in Iraq.

Negli ultimi quattro mesi, circa il 45% dei nuovi pazienti ricoverati nell’ospedale chirurgico è siriano. Tra giugno 2011 e settembre 2012, sono stati ammessi 289 pazienti siriani, la metà dei quali ha subito un intervento chirurgico. I pazienti sotto trattamento ricevono anche assistenza psicologica e alloggio gratuito. Nel frattempo, alcuni medici di MSF visitano regolarmente il campo rifugiati di Zaatari, in Giordania, che ospita 30.000 siriani, per identificate i rifugiati feriti che hanno bisogno di essere operati.

Soccorso medico ai rifugiati nei Paesi confinanti con la Siria

Con l’intensificarsi della crisi in Siria, migliaia di persone stanno cercando rifugio nei Paesi vicini. MSF sta fornendo assistenza sanitaria di base e portando avanti un servizio di assistenza psicologica per i rifugiati siriani che arrivano in Iraq, Giordania, Libano e Turchia.

La maggior parte dei rifugiati siriani che giungono in Libano si stabiliscono nella città settentrionale di Tripoli. MSF sta fornendo assistenza medica a nella città libanese di Tripoli e nella Valle della Bekaa, il principale punto di attraversamento della frontiera del Libano per le persone che fuggono dalla Siria. A oggi, le équipe di MSF hanno visitato 11.600 pazienti ed effettuato più di 1.700 consultazioni psicologiche individuali.

In Iraq, MSF è il principale fornitore di servizi sanitari nel campo rifugiati di Domeez, nel nord, dove si sono stabilite più di 15.000 persone. Dal maggio scorso, le équipe mediche di MSF hanno visitato più di 20.500 pazienti.

In Turchia, MSF lavora a Kilis, al confine con la Siria, e nella capitale, Istanbul, fornendo supporto psicologico ai civili che fuggono dal conflitto.

 

MSF rinnova il proprio impegno nell’assistere tutte le vittime del conflitto e continuerà ad ampliare le proprie attività in Siria e nei Paesi vicini.

 

 

 

Inoltre per chi volesse approfondire suggeriamo:

http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/shamadi/ scrittore di origini siriane

http://www.amnesty.org/en/region/syria

 

Conflitto sirianoultima modifica: 2012-12-31T14:25:58+01:00da g.eufrasia
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